domenica 21 luglio 2019

Giovanni Michelucci La Sede del Monte dei Paschi a Colle Val d'Elsa 1973-83, di Renzo Marrucci



Renzo Marrucci

Giovanni Michelucci

La Sede del Monte dei Paschi a Colle Val d'Elsa 1973-83
- Dobbiamo anche ringraziare J. Nouvel -




La sede del Monte dei Paschi a Colle Val D’Elsa, è in ordine di tempo la quarta opera progettata da Giovanni Michelucci nel territorio volterrano.
Arrivando da Volterra è inserita subito a sinistra prima di entrare nella piazza della vecchia stazione. A circa un centinaio di metri e più, da dove è in fase di completamento un intervento dell’architetto parigino J. Nouvel. Intervento dissacrante e assai libero che pone in assoluto risalto il genio organico e vitalizzante del nostro fecondo ottantenne Giovanni Michelucci. In parole semplici Nouvel disegna nel contesto urbano di Colle bassa come se fosse in un sobborgo di Parigi anonime volumetrie. Il volume residenziale è schematico e chiuso, per non parlare dello squallido vuoto urbano che realizza sotto il nastro stradale in salita e su cui colloca due galleggianti squallide pensiline per i viaggiatori di autobus.  Ne ho fatto l’esperienza durante i miei ultimi viaggi Firenze Volterra.
Questo innesto urbano è un autentico “non luogo” e in quanto tale crea un contrasto che consente un confronto che porta decisamente a far risaltare il genio dell’architetto pistoiese e la sua innovativa poetica urbana. Più o meno come è capitato al capolavoro della stazione di Firenze dove una infelice pensilina contrae lo spazio perché rimane chiusa in se stessa, avulsa dal contesto urbano.   
Così Nouvel con quella suo volume residenziale si chiude e rifiuta il dialogo opponendosi alla natura della città anzi la rende anonima in quel punto con una progettazione senza anima.
Mi capita di rilevarlo così il fenomeno di un architettura che si schiude sempre di più alla sensibilità degli uomini che vivono quel contesto urbano progettato da M. e costruito come una sorta di edificio collettivo che smaterializza i suoi spazi attraverso l’uso sapiente dei materiali. Quattro piani sopra uno spazio sociale,  dove articola i locali per far funzionare una Banca ma si tratta in realtà di spazi collettivi, come quello al piano terra che attira e coinvolge la città. In realtà non era del tutto scontato il successo di questo edificio progettato da Michelucci secondo il suo sogno di architettura. Gli uomini hanno bisogno di tempo per comprendere se non le distruggono prima le cose, evitando in questo modo anche di comprenderle…molto spesso. Come in tutte le opere innovative di Michelucci, non era così scontato il giudizio e così anche su questa opera e a dir la verità ci son voluti un po di anni per capirlo e soprattutto, da quello che mi risulta, per esperienza personale… per farla accettare dai cittadini e questo è proprio quello che interessava di più all’autore. Il confronto con l’architettura di J. N. ci è utile per meglio farci entrare all’interno dei principi organici e poetici che animano la progettazione del grande architetto pistoiese che partono sempre con i suoi disegni come se fossero il tentativo di un sogno a farsi realtà. A farci comprendere come la materia entri nella forma proprio come una necessaria condizione all’esistenza e alla qualità dello spazio e del luogo dove interviene. La qualità vuole tempo, riflessione e lavoro e natura. Per questa ragione i progetti di M. divengono sempre un luogo che finisce per essere capito e accettato come necessario nella città. Luogo come un contribuito anche alla confidenza che piano piano i cittadini maturano con la particolare struttura color rosso gambero, fino ad accettarla e riconoscerla e scoprirla propria. In particolare ora possiamo rileggere il processo di contestualizzione urbana che la sede del Monte dei Paschi ha avuto ed ha anche rispetto al confronto con il volume residenziale che il francese ha progettato in quel punto di Colle, senza accorgersi, appunto, di essere in Toscana, e a Colle Val d’Elsa. Il funzionalismo crudo alla francese è calato a Colle di Val d’Elsa… potrebbe essere il titolo di un articolo da scrivere ma che mettiamo nel cassetto per scriverne un’altro sul ricco e umanizzante innesto che Michelucci aveva pensato per questa cittadina attiva e laboriosa, bene ubicata sul versante di Siena e Firenze.
Se osserviamo l’intervento di Michelucci dalla terrazza di Colle Alta (dove appunto è nato Arnolfo di Cambio l’architetto del primo P.R.G. di Firenze), ci accorgiamo di come il volume non volume del Monte dei Paschi entri nel contesto costruito della città storica attraverso un riferimento formale apparentemente dissonante al contesto urbano esistente. Tale considerazione però una volta scesi a Colle bassa, cioè avvicinandosi alla struttura dal piano orizzontale, quello di chi vive la città, si perde nella nostra emozione sino a farci rendere conto, mano mano che si entra… e se ne percorre lo spazio, con una antica familiarità urbana. L’architettura possiede una propria semplicità sia pure nella evidenza delle strutture rosse, gli appoggi dei tralicci di cui si dimentica la funzione, e quel corpo sospeso sopra di noi…ancorato a quelle murature in pietra locale costruite in un rustico e raffinato ritmo parallelo che contiene le masse murarie definendo la funzione di approdo del corpo o dell’insieme dei corpi che il contesto della struttura metallica materializza. 
Io non chiamerei lo spazio del piano terreno piazza, non è una piazza infatti! E’qualche cosa di diverso e di nuovo e di antico insieme. E’ qualche cosa che ricorda un piano gotico, dove la struttura è organica, lo spazio è definito dalla struttura che ci vive. Il carattere è individuato insieme allo spazio e per questo è un luogo dove gli uomini hanno imparato a muoversi con felicità.
Il sogno Michelucciano è sostanzialmente realizzato nonostante le ragioni decurtanti della Banca.
Anche se il sogno della percorribilità totale qui, come nella chiesa dell’autostrada, non si è potuto realizzare, tuttavia quello che M. ha fatto anche a Colle, appartiene ad una realtà da vivere che apre la strada a nuove risposte umane della città.
Ero studente di architettura quando passavo da Colle per risalire al poggio volterrano e mi fermavo  sempre in quel bar che si trova all’interno di quello spazio urbano coperto voluto da Michelucci perchè la città vi confluisse. La vivibilità stentava a insediarsi, e vedevo sempre poca gente a quei tavolini timidamente apparecchiati intorno le vetrine del bar. Incuriosito chiedevo e mi informavo su come i cittadini accettavano quello spazio sicuramente nuovo per Colle. Le risposte erano laconiche e scoraggianti e ciò mi rivelava una difficile accettazione di quello spazio troppo originale. Nei primi anni costituiva comunque una piccola avventura spaziale di sapore stranamente antico, come se quello spazio fosse già vecchio e scoprirlo non ne valesse la pena.
Si salivano le scale tra pietre murate in modo moderno con un valore come antico… è il valore instaurato dal rapporto ferro muro e pietra. Il lessico strutturale impiegato è quello che ricorda  l’interno della osteria del gambero rosso, il ferro e il cemento usato come il legno nella variante organica di un complesso architettonico che permea lo spazio, lo prende e ne fa l’uso di un organismo vivente che pulsa. Lo spazio coperto del Sacrario di Kindu  a Pisa come l’aula della chiesa del Villaggio Belvedere a Pistoia sono alcuni chiari riferimenti di questa riflessione architettonica che Michelucci realizza in un contesto in cui c’è comunque bisogno di tempo per recepirlo e consolidarne l’uso. Da alcuni anni la diffidenza è stata vinta e i cittadini lo frequentano e animano i suoi servizi che non andavano bene nei primi anni di apertura.
E’ come se il sogno si fosse tradotto nella realtà. L’ultima volta che sono passato da Colle ho provato una piacevole sorpresa a vedere quello spazio pieno di vita… voci e suoni e movimento lo animavano e confermavano l’inserimento di un rapporto nuovo tra quelle strutture e la città storica, le persone riconoscevano le valenze sociali e umane che il luogo sprigionava, confermando una autonoma organica interpretazione tra spazio e concezioni strutturali realizzate nella continuità di una realtà urbana sul piano orizzontale della vita.
L’architettura michelucciana in questo esempio elabora i temi del proprio contributo di pensiero con un linguaggio organico fondato su di un recupero della memoria che nasce dal profondo della sua riflessione sul rapporto edificio-città-territorio e infatti vi riconosciamo le riflessioni iniziali, quelle sulla borsa merci di Pistoia e le sue trasformazioni, ora però più consapevoli, cioè di edificio che entra nel flusso della vita come elemento dinamico offerto alle modificazioni della vita.
La chiave della sua capacità di interpretazione e maturazione di un linguaggio architettonico aperto e urbanistico risiede nella fiducia che M. trasferisce nei suoi lavori con un iter progettuale serissimo, alcuni dicono sofferto ma non è da credere… è un suo modo forte di vivere la passione come amore altrimenti non avrebbe quella continuità in cui si immerge ritrovando il filo di una vena capace di offrire stimoli e emozioni che risuscitano dentro l’uomo un rapporto di infinito. I suoi lavori sono quindi pezzi di non finito…e per questo i materiali danno senso e valore allo spazio come un dono, una aspirazione spirituale alla via organica della storia umana attraverso cui l’uomo è il protagonista responsabile.
Renzo Marrucci


       



Fonte :  si ringrazia l'architetto Renzo Marrucci che ha cortesemente inviato un suo scritto sull'opera di  Giovanni Michelucci alla Redazione del Portale.  
    

Per approfondimentiwww.michelucci.it   














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