sabato 20 luglio 2019

INTRODUZIONE A FRANK LLOYD WRIGHT, di Giulio Carlo Argan



Giulio Carlo Argan


INTRODUZIONE A FRANK LLOYD WRIGHT  

 
Taliesin West , di Frank Lloyd Wright


Le due parole che più frequentemente ricorrono nelle teorie e nelle proposizioni degli artisti contemporanei sono: astratto per la pittura e la scultura, organico per l'architettura. quando di una forma si dice che è astratta si pone implicitamente il quesito: rispetto a che cosa? Evidentemente rispetto a tutto ciò che per noi è concreto, assodato, storico: alla nostra esperienza nel senso più largo. Quella forma non rappresenta perché la rappresentazione presuppone il dato dell'esperienza; quindi quella forma non ha un oggetto ma è un oggetto, dotato di un'esistenza non più simbolica ma reale.
Quell'oggetto si pone come pura realtà in quanto si eccettua dal mondo delle apparenze e le contesta, e si pone come assoluto presente in quanto si eccettua dall'esperienza o dalla natura, cioè dal passato. Perciò dopo aver detto che quella forma è astratta rispetto alla natura, si afferma che, al contrario, proprio la rappresentazione è un'astrazione e che soltanto la forma astratta o non rappresentativa o non figurativa merita di essere considerata per eccellenza concreta. Il primo Cubismo, il cosiddetto Cubismo scientifico, si propone di attingere a una realtà essenziale attraverso la scomposizione delle apparenze. Picasso, dice Breton, "trompe san cesser l'apparence avec la realité".
In questa posizione è evidentemente implicita una contestazione radicale di tutto ciò che è passato, storia o tradizione. E' implicita anche la contestazione del pensiero idealistico e classicistico dell'arte come conoscenza; infatti quel contatto con una realtà più profonda o essenziale non ammette un'oggettivazione, ma esige una partecipazione, quasi una confusione con le realtà. E' anche evidente che la realtà non può essere pensata come data o finita, ma come un continuo formarsi ed evolvere, un crescere su se stessa.
Organico è appunto il termine col quale si designa la legge vitale o di crescita della realtà. Uno scultore astrattista, Moore, ricorre infatti al termine "organico" per definire la ragione profonda delle sue forme; e lo contrappone a "costruttivo". Costruttiva è la forma proporzionale, composta, geometrica; organica la forma elementare. La forma costruttiva si esaurisce nell'assoluto dello spazio, cioè dell'idea; la forma organica si riduce all'assoluto della materia.
Nella terminologia critica dell'architettura moderna il termine organico ha ormai decisamente surrogato il termine razionale. Vale per questi due concetti l'antitesi indicata tra organico e costruttivo. Si è chiamata razionale l'architettura europea che ha fatto propria l'esperienza figurativa del Cubismo: per indicarne soltanto i vertici, l'architettura di Le Corbusier e di Gropius.  Indubbiamente anche il razionalismo architettonico ostenta un atteggiamento nettamente antitradizionalistico: nel senso che nella forma geometrica cerca un valore assoluto, al di sopra della storia. Ma per arrivare alla realtà essenziale bisogna passare attraverso la scomposizione del dato dell'esperienza, ridurre la natura dal coacervo confuso delle apparenze alle sue leggi proporzionali e matematiche. Dunque non si vuole eliminare il naturalistico delle apparenze, ma riformarlo secondo le regole fondamentali della ragione; non confutare una concezione del mondo, ma correggerne gli errori; non riproporre da capo il problema della coscienza e della vita ma rettificarne le storture. La stessa confutazione della storia è quanto mai discutibile, perché in ogni grande artista del passato si finisce prima o poi per scoprire un razionalista o un cubista.
E' chiaro infatti che una revisione o una rettifica dell'esperienza non può aver luogo se non sia data e accettata l'esperienza.  Tanto Le Corbusier che, e sia pure con maggiore tormento interiore, Gropius accettano, per esempio, il dato che la civiltà moderna sia una civiltà meccanica; e si limitano a vedere in essa la reazione all'intimismo romantico, al sensibilissimo impressionista.  Quando Le Corbusier pone la razionalità della sua forma nella perfetta aderenza a una necessità pratica non fa dell'empirismo perché questa praticità si sistematizza nella forma, ma ipostatizza il dato dell'esperienza, assume come base una condizione presente della società e l'ultimo orizzonte delle sue aspirazioni riformistiche è di trasformare quel transeunte momento della storia in un sistema di validità universale ed eterna.  Cercherà di eliminare sistematicamente tutte le interne contraddizioni di quello stato di fatto, senza chiedersi se esse non abbiano una profonda giustificazione, non esprimano un disagio, uno stato di insoddisfazione che si tradurrà necessariamente, perché la storia non è altro che questo divenire, in uno sforzo progressivo, di superamento.
Anche il pensiero urbanistico di Le Corbusier è chiuso in questo limite; non è il pensiero di una società che si sviluppa, ma di una società che si normalizza; non il pensiero di un'etica, ma di una igiene sociale.  Perciò Le Corbusier è l'esponente tipico di una borghesia che avverte il pericolo imminente e butta fuori bordo tutto il suo carico di privilegi pur di salvare, con se stessa, i "supremi valori" della civiltà; e piace immaginarlo, anche per il suo rigorismo normativo e per lo zelo e l'indiscutibile abilità tattica della sua polemica, l'Ignazio di Loyola della controriforma borghese europea.
Possiamo dunque considerare il cosiddetto "razionalismo" architettonico come una serrata analisi o critica della tradizione, diretta a rintracciarne i fondamenti più autentici e originali, a restaurarne i valori essenziali: perciò si riconduce, sia pure contro il classicismo accademico, a un classicismo ideale e contro un naturalismo consuetudinario al fondamento stesso dell'idea di natura.
Quando la cultura europea vuole oltrepassare il limite razionalistico del Cubismo scientifico e dell'architettura che gli è connessa non ha più che una strada: capovolgere il problema, opporre al valore della coscienza il valore dell'inconscio. E' la strada chiusa del Surrealismo.
Wright non conosce abbastanza la storia dell'arte per poter dare un preciso obiettivo storico alla sua irritata avversione per l'arte classica e in genere per la grande tradizione figurativa occidentale; ma è abbastanza acuto per individuare la causa dell'avversione nel principio d'autorità, sul quale quella tradizione si fonda.  Ma di fronte all'argomento-base della polemica antitradizionalistica europea rimane dubbioso: anche la civiltà meccanica ha i suoi miti e il suo principio d'autorità.  Del principio d'autorità della civiltà classica e cattolica Wright vede il simbolo nella Cupola di San Pietro; nel grattacielo vede il simbolo della civiltà meccanica.  Wright non condanna recisamente il carattere meccanico della civiltà moderna, ma vuole che sia la macchina a servire l'uomo nel suo lavoro e non l'inverso.  Alla base del pensiero di Wright è dunque il valore morale della personalità umana.
L'origine di questo pensiero si riporta alla polemica di Ruskin e di Morris.  Wright deve la sua formazione artistica, quasi in ugual misura, a Richardson e a Sullivan.  Richardson era un entusiasta delle idee di Ruskin e cercava di tradurre in atto il suo insegnamento in una architettura ingenuamente neo-romanica.  Ma questo suo romanticismo è un romanticismo a fondo perduto, sciolto dalla relazione polemica a un opposto classicismo.  Perciò la ripetizione di motivi decorativi medioevali quasi non arriva a turbare il gioco libero delle sue masse nella luce e la violenza coloristica delle superfici rustiche della sua architettura.
Sullivan è uno spirito assai più sottile: ha una esperienza più profonda delle cose europee, un intenso interesse per le scienze e l'ingegneria, una acuta sensibilità per i problemi sociali.  Anch'egli deduce da Ruskin e da Morris una concezione profondamente religiosa della vita, e proprio da quel suo naturalismo misticizzante Wright trae lo spunto  per la sua costruzione ideologica: il concetto di una "vita organica" che è della natura come dell'uomo, essere perfettamente dotato per ricevere e trasmettere gli impulsi vitali emanati dalla natura; di un Dio, o piuttosto di un Infinito Spirito Creativo riconoscibile e attivo in tutte le forme della realtà; di una creazione tutt'altro che conclusa nell'atto autoritario di un Dio personale, ma in continuo processo; di un'arte, come processo creativo suscitato dall'esperienza o come prolungamento nell'uomo di quell'azione creativa, e perciò opposta all'intellettualismo della composizione e della rappresentazione e pensata invece come crescita e organizzazione di forme vitali; di una umana spiritualità che si realizza appunto in quel porsi, con la pratica e dunque col lavoro, come prolungamento della creazione; di una società, infine, perfettamente (s'intenda: lincolianamente) democratica, intesa come fraternità e cooperazione di individui ugualmente investiti di un diritto naturale.
Ho detto che Sullivan aveva una larga esperienza dell'arte europea: il linearismo gotico è argomento di una acuta ricerca di linee-forza nel Rotschild Store, nel Ryerson Building e in genere nelle sue costruzioni tra il 1880 e l'84; poi, forse per il contatto con Richardson, si orienta verso lo studio di un'articolazione costruttiva di masse, con una momentanea attrazione verso i temi dell'architettura toscana del Quattrocento.  E' appunto partendo da queste premesse e da queste ricerche funzionali che Sullivan arriva a ideare (e Wright ne stende, nella sua acuta biografia, l'atto di nascita) il primo grattacielo, nel quale la dimensione non risulta dalla ripetizione all'infinito di proporzioni o di ordini, ma si pone come la condizione determinante di un nuovo valore formale.  E' possibile che l'avversione di wright per il grattacielo dipenda dall'averne inteso, almeno come fatto sociale, la remota, celata origine europea; la sua giustificazione, infine, in rapporto a quello spazio urbano e a quel modo di vita "meccanica" che egli considera al polo opposto della sua ruskiniana, whitmaniana natura.
Forse perciò, se la formazione ideologica di Wright muove da Sullivan, la sua formazione figurativa muove piuttosto da Richardson: e dal suo giuoco aperto di piante e superfici, che del resto aveva già i suoi precedenti nelle forme più modeste dell'architettura domestica americana, nelle case-fattorie, nella cosiddetta architettura della prateria.
infatti quando Wright, fin dalle sue prime opere, si propone di eliminare la funzione isolante dei muri e di tracciare planimetrie snodate ed aperte, ubbidisce piuttosto ad una esigenza liberamente pittorica che a quell'esigenza che, nell'architettura europea, si chiamerà funzionale.  Tant'è vero che le sue strutture sono già pensate come forma artistica, e non come un semplice scheletro o schema portante sul quale debba poi modellarsi e svilupparsi la forma.  Poiché non v'è spazio dato a priori, è chiaro che il valore di forza dei singoli elementi non potrà più dipendere dalla loro distribuzione razionale nello spazio, secondo intervalli proporzionali, ma soltanto dalla materia e dalla forma degli elementi.  Scrive Wright nella sua Autobiografia: "Cominciai a studiare la natura dei materiali imparando a vedere il mattone come mattone, il legno come legno, il cemento, il vetro, il metallo, ciascuno per se stesso e tutti come se stessi. Strano a dire, questo esigeva una grande concentrazione dell'immaginazione. Ciascun materiale richiedeva un trattamento diverso e aveva possibilità d'impiego particolari alla propria natura. Un disegno adatto per un materiale non lo era per un altro. Non infine secondo questo ideale di semplicità come plasticità organica".  Altrove, nella stessa Autobiografia, Wright dichiara che il disegno, e s'intende in senso lato come progetto, è l'astrazione di elementi naturali in termini puramente geometrici. Qui non si parla di natura come spazio ma di elementi di natura come materia; e la forma geometrica non è pensata come espressiva di spazio, ma come pura astrazione mentale; la designazione stessa della coscienza.  La forma geometrica dunque non sarà una rappresentazione della natura, e neppure il simbolo di quell'elemento isolato; ma sarà come uno stadio successivo e più alto, un ulteriore momento della sua vita, un trasporto ad un grado più alto di organicità, una fase, dunque, della creazione in atto.  Questo stadio o fase può essere raggiunto soltanto attraverso il lavoro costruttivo dell'uomo che, dicemmo, è per Wright l'essere più dotato per ricevere e trasmettere il messaggio della realtà: essendo implicito in questo ricevere e trasmettere un prolungamento della creazione, di cui l'uomo diventa perciò inevitabile agente.
Il superamento della razionalità o del costruttivismo non avviene, dunque, secondo le regole dell'automatismo surrealista, specie di suprema passività e ultimo grado di un'umana disperazione di conoscenza, ma attraverso una continua, inesausta attività costruttiva.  Questo è il primo contributo morale di Wright alla coscienza artistica contemporanea: quello che giustifica l'estensione del suo insegnamento oltre i limiti dell'architettura, come indicammo per Moore.
E' ancora in questo pensiero di una creatività umana ma non trascendente, non autoritaria, bensì tutta interna alla realtà di cui l'uomo stesso è una forma, che convergono e si compongono in unità due diverse posizioni di cultura. 
L'una è l'idea di Ruskin e Morris del lavoro umano come intima famigliarità o partecipazione con le cose create, l'idea dell'ars mechanica medioevale, dell'opera collettiva o corale delle comunità artigiane, espressione di un ethos religioso. 
L'altra è la teoria tedesca della Einfhulung , come rivelazione delle leggi eterne, strutturali della natura nelle forme dell'architettura.  A questa teoria è probabilmente da ricondursi la semplificazione della struttura architettonica e la sua riduzione a un sistema di coordinate: verticali e orizzontali, piani paralleli e piani ortogonali, ma sempre pensati come illimitatamente estesi, appunto perché aprioristicamente riferiti a tutto ciò che, nella realtà, si riduce alla terra e sorge dalla terra.
Evidentemente questa simbologia non ci interessa come tale; ma è tuttavia importante notare come lo spazio di Wright si riduca alle sue generatrici; e si ponga così, non in termini geometrici, ma in termini immediatamente plastici.  Pensata la forma come qualcosa che cresce e crescendo si costruisce, lo spazio è semplicemente la sua zona vitale, il suo costituirsi in una dimensione.  Di due piani che si secano e sfuggono all'infinito noi non conosciamo che la linea d'intersezione, la generatrice comune: dunque lo spazio non è più qualcosa che converge e termina in un punto d'orizzonte, ma qualcosa che da un punto o da una linea s'irradia all'infinito.
Non a caso Wright ricorre volentieri al paragone dell'albero: che spinge i suoi rami fuor del folto in cerca di sole e dirama le sue radici nella terra in cerca di alimento.
Già nelle prime opere questo tema spaziale si manifesta, e sia pure con la mediazione dei tipi architettonici giapponesi, nell'accentuazione e nell'iterazione dei tetti: il tetto, da orizzonte o termine di spazio che era, diventa un'attiva struttura spaziale.  Così l'edificio non è più una massa nello spazio ma una realizzazione plastica dello spazio: il punto di vista e l'orizzonte sono ormai indistinguibili.
Se l'edificio non è più un volume compatto e finito in uno spazio determinato, ma è nello stesso tempo principio e fine dello spazio, l'architettura non sarà più qualcosa che si guarda dal di fuori ma qualcosa che si vive dal di dentro.
Si dirà che, per scoprire che una casa è fatta per essere abitata piuttosto che per essere guardata dal di fuori, non era necessario aver del genio, ma soltanto un po' di buon senso; benché, in verità, un tal buon senso sia anche oggi estremamente impopolare in Europa.  Ma se pensiamo alla serie di case che Wright è venuto costruendo per sé a Taliesin, quasi per vivere dentro le sue strutture come un ragno nella sua tela o, forse, per quello stesso bisogno d'interiorità che spinge i pittori più meditativi - Rembrandt, per esempio, o Cézanne - a ripetere spesso il proprio ritratto dovremo convenire che quelle successive costruzioni hanno una giustificazione quasi autobiografica, o piuttosto sperimentale: un modo di porre la propria coscienza dentro una struttura, quasi per verificare se essa abbia effettivamente quella "funzionalità" che non è più la funzionalità astratta di una forma in rapporto a una necessità statica o pratica, ma è la funzionalità stessa della coscienza dentro la realtà.
Questo spiega perché Wright, che pure disprezza ogni monumentalità e ha preferito educarsi sulle modeste abitazioni americane (e forse c'entrava la propaganda ruskiniana del cottage), arrivi poi, quasi senza volerlo e come spinto dall'impulso istintivo del costruire, a espressioni di greve, composita, apparentemente barocca monumentalità: a quei colossali esempi del cattivo gusto, sul quale forse gli architetti europei dal gusto ineccepibile avrebbero fatto bene a meditare.  Nell'architettura domestica americana Wright cercava il documento di un'intima partecipazione, di una libera attività dell'uomo nella realtà; e la prima fase di un progredire dell'organicità naturale nell'organicità sociale; nella monumentalità cerca di sovrastare con la realtà della forma illusoria delle apparenze, di isolare l'architettura dalla natura o di escludere ogni aspetto di natura che non sia implicito e risolto nella forma architettonica.
Lo sforzo di Wright non è mai inteso ad armonizzare l'edificio con la natura, ma a risolvere tutta la natura nell'edificio, a trasformarla, a sublimarla, ad astrarla nell'edificio.  Le superfici fitte di ornamenti, spesso trite, talvolta perfino urtanti per un eccesso apparente di ricami e di ritagli, non hanno altro scopo che di riflettere, rifrangere, assorbire la luce, impegnarla in un disegno, legarla intimamente, quasi combinarla alla materia; e nello stesso tempo di sottrarre i piani a una loro normale situazione prospettica, di indicarne l'illimitata estensione.  Non si può separare questo apparente decorativismo dal geometrismo astratto che trova, nel 1914, il suo punto d'arrivo e il suo limite in Midway Garden: il tentativo dal quale muoverà, tuttavia, quel neo-plasticismo che attraverso Mondrian giungerà a suggerire all'olandese Oud una nuova idea distributiva dello spazio urbanistico.  E non si può separare da quel geometrismo astratto il tentativo di arrivare, nelle costruzione compiute in California, tra il 1916 e il 17, a una definizione costruttiva, organica della più immateriale e più liberamente cosmica delle materie, la luce.  E si ricordi anche, il progetto per la costruzione nel cuore del deserto dell'Arizona: un'aggregazione compatta di prismi incastrati l'uno nell'altro, emergenti soltanto con gli spigoli sfuggenti, come per attuare una continua rifrazione di raggi luminosi.  E si pensi infine alla famosa casa sulla cascata, con quella corsa di candidi volumi sfuggenti in direzione opposta alla cascata che sovrastano e con quella rude parete verticale, a coltello, che coordina i due ritmi opposti.
Allora s'intende come la morfologia dell'architettura di Wright non sia più di un'occasione, una contingenza d'attualità, alla continuità dello sforzo costruttivo: gli aspetti temporali dell'eterna organicità costruttiva.
Ponendo l'umanità come il momento creatore più attuale o il più alto agente dell'organicità del reale, Wright è necessariamente indotto a prescindere dal valore della storia.  Il suo stesso ideale democratico si trasporta nel mito, assume aspetti piuttosto religiosi che sociali o politici.  Il suo entusiasmo per l'arte orientale, se può avere avuto un pretesto nella rivalutazione dell'arte cinese e giapponese che era seguita alla polemica degli Impressionisti francesi, è soprattutto determinato dalla volontà di uscire dagli schemi consueti dello storicismo europeo.
Quando perciò generalizza la sua esperienza costruttiva in un programma urbanistico, il suo dato non è una situazione storica di fatto, ma una funzione fondamentale dell'uomo, la funzione, appunto, d'inserirsi nel processo organico o autocreativo della realtà, come agente di quell'autocreazione.  La cellula-base della concezione urbanistica di Wright è infatti la fattoria, che riunisce in una unica struttura articolata e funzionale tutti i suoi annessi, ed è come un'immensa macchina agricola ancorata in mezzo alla prateria, un centro di civiltà e di lavoro, di democrazia creativa, nel cuore stesso della sconfinata natura.
Così l'idea iniziale della costruzione come l'atto nel quale si prende coscienza della realtà e si inserisce la propria vita particolare nella vita universale si dilata in un concetto assai più vasto di civiltà, come somma di umano lavoro.  Al di fuori di questo contatto continuo e impegnato con la realtà, non può esservi civiltà: ecco perché Wright protesta contro quella che poi Munford chiamerà Megalopolis, cioè contro i grandi centri del capitalismo, dove lo sfruttamento del lavoro umano soffoca in un'attività febbrile e malata ogni fondamento etico dell'attività umana.  Una civiltà che si stacchi dalla matrice rigenerante della realtà, e che voglia creare nella città la condizione o l'ambiente di questa sua vita artificiosa, è destinata a morire con essa; forse, aggiunge Wright, a causa di essa.
Se l'interesse degli architetti europei, a cominciare da Gropius, per il maestro americano è sempre stato acuto, dopo la guerra si è sentito che l'architettura di Wright rispondeva a una nuova istanza interiore della coscienza europea.  Nell'astrattismo realistico di Wright si è avvertita una spinta ideologica, religiosa, la coscienza di un nuovo valore della realtà: quello appunto che mancava allo sforzo razionalistico europeo. 
Perciò l'opera dell'artista che ancora dieci anni fa si considerava un grande romantico, il sopravvissuto di una generazione generosa e inattuale, l'ultimo dei pionieri risulta oggi estremamente attuale : proprio perché oggi il problema non è più di rettificare una situazione di disordine o di rendere funzionale e dialettico il rapporto di forza tra le classi sociali, ma una totale revisione, una nuova definizione dei valori della realtà e della coscienza.



       


FONTE : dalla rivista Metron , N°18 , Ed. Sandron, Roma, 1947 .        


















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